L’auto resta cruciale per il capitalismo domestico
Si può discutere a lungo su quale sia il punto di osservazione adeguato per comprendere la transizione sociale e produttiva italiana. E ci sono molte ragioni che possono vantare coloro che ne collocano l’anima nel nord est, nel terziario, nei distretti industriali. E’ tuttavia indubbio che il settore automobilistico, pur maturo sul piano merceologico e tecnologico, continua ad incarnare lo spirito del tempo. di Michele Magno
10 AGO 20

Si può discutere a lungo su quale sia il punto di osservazione adeguato per comprendere la transizione sociale e produttiva italiana. E ci sono molte ragioni che possono vantare coloro che ne collocano l’anima nel nord est, nel terziario, nei distretti industriali. E’ tuttavia indubbio che il settore automobilistico, pur maturo sul piano merceologico e tecnologico, continua ad incarnare lo spirito del tempo. Perché il cuore delle innovazioni organizzative che connotano in senso stretto il postfordismo continua a pulsare qui. E poi perché, Guido Viale ne converrà, il settore auto continua a svolgere un ruolo cruciale sia nella formazione del pil, sia nelle dinamiche occupazionali, sia negli assetti di potere del capitalismo domestico.
Dalla centralità dell’auto, dunque, è difficile emanciparsi. Per questo la posta in palio a Pomigliano d’Arco è alta. Non sono in gioco soltanto circa quindicimila posti di lavoro in una regione in cui il tasso di disoccupazione ha già raggiunto livelli di guardia. E’ in gioco il futuro di quel che resta della classe operaia meridionale. La Fiat lo sa, e certo non è disposta a fare sconti. Per Sergio Marchionne la sorte dello stabilimento campano è legata a un drastico abbassamento dei costi, attraverso la dissoluzione di quelle “sacche di grasso” (assenteismo, forme di illegalità e di boicottaggio) prima tollerate per proteggere l’esistenza di una fabbrica comunque rigida nel suo statuto tecnico. Oggi ai lavoratori viene chiesto un ampliamento dei compiti e dello sforzo fisico. Nella produzione che marcia con il sincronismo totale delle cadenze, lo sciopero improvviso o l’insubordinazione individuale possono essere considerati devastanti.
Beninteso, questo modello richiede conflitto minimo ma anche massima cooperazione. Nemmeno Marchionne ne può fare a meno. Cooperare, partecipare: questa è una rivoluzione che può modificare le relazioni tra capitale e lavoro e i significati stessi del lavoro, accorciando la distanza tra chi comanda e chi esegue. Una sfida che ora, però, non sembra nelle corde dell’amministratore delegato del Lingotto né del sindacato maggioritario. Come ha scritto Aris Accornero, l’impegno dei lavoratori non è un optional né un lusso: oggi è una necessità dell’impresa. Per essere meno vulnerabile dal mercato, anche la Fiat ha imboccato a Pomigliano la strada del toyotismo nella sua versione occidentale del world class manifacturing. Insomma, impresa e tecnologia si fanno più flessibili e più reattive per essere all’altezza della competizione globale, e l’imperativo diventa la qualità del prodotto. Obiettivo impensabile senza la cooperazione intelligente del lavoro, che non può essere ottenuta gratis ma che deve invece essere monetizzata e riconosciuta dalle regole contrattuali.
Se l’accordo contestato dalla Fiom sarà ratificato dal voto dei lavoratori di Pomigliano, ci sono diciotto mesi a disposizione per riaprire un confronto costruttivo. Basta abbandonare la retorica dell’attacco ai diritti costituzionali del lavoro. In ogni caso, sono diciotto mesi in cui la Cgil si può riappropriare della sua migliore tradizione rivendicativa, in cui non hanno mai avuto cittadinanza alcuna le astratte contrapposizioni tra conflitto e trattativa. Solo che questa elementare verità storica e culturale va sostenuta dal gruppo dirigente di Corso d’Italia non in termini accademici, ma nel vivo di una battaglia politica e delle idee che non ammette più reticenze ed esitazioni.
di Michele Magno
Dalla centralità dell’auto, dunque, è difficile emanciparsi. Per questo la posta in palio a Pomigliano d’Arco è alta. Non sono in gioco soltanto circa quindicimila posti di lavoro in una regione in cui il tasso di disoccupazione ha già raggiunto livelli di guardia. E’ in gioco il futuro di quel che resta della classe operaia meridionale. La Fiat lo sa, e certo non è disposta a fare sconti. Per Sergio Marchionne la sorte dello stabilimento campano è legata a un drastico abbassamento dei costi, attraverso la dissoluzione di quelle “sacche di grasso” (assenteismo, forme di illegalità e di boicottaggio) prima tollerate per proteggere l’esistenza di una fabbrica comunque rigida nel suo statuto tecnico. Oggi ai lavoratori viene chiesto un ampliamento dei compiti e dello sforzo fisico. Nella produzione che marcia con il sincronismo totale delle cadenze, lo sciopero improvviso o l’insubordinazione individuale possono essere considerati devastanti.
Beninteso, questo modello richiede conflitto minimo ma anche massima cooperazione. Nemmeno Marchionne ne può fare a meno. Cooperare, partecipare: questa è una rivoluzione che può modificare le relazioni tra capitale e lavoro e i significati stessi del lavoro, accorciando la distanza tra chi comanda e chi esegue. Una sfida che ora, però, non sembra nelle corde dell’amministratore delegato del Lingotto né del sindacato maggioritario. Come ha scritto Aris Accornero, l’impegno dei lavoratori non è un optional né un lusso: oggi è una necessità dell’impresa. Per essere meno vulnerabile dal mercato, anche la Fiat ha imboccato a Pomigliano la strada del toyotismo nella sua versione occidentale del world class manifacturing. Insomma, impresa e tecnologia si fanno più flessibili e più reattive per essere all’altezza della competizione globale, e l’imperativo diventa la qualità del prodotto. Obiettivo impensabile senza la cooperazione intelligente del lavoro, che non può essere ottenuta gratis ma che deve invece essere monetizzata e riconosciuta dalle regole contrattuali.
Se l’accordo contestato dalla Fiom sarà ratificato dal voto dei lavoratori di Pomigliano, ci sono diciotto mesi a disposizione per riaprire un confronto costruttivo. Basta abbandonare la retorica dell’attacco ai diritti costituzionali del lavoro. In ogni caso, sono diciotto mesi in cui la Cgil si può riappropriare della sua migliore tradizione rivendicativa, in cui non hanno mai avuto cittadinanza alcuna le astratte contrapposizioni tra conflitto e trattativa. Solo che questa elementare verità storica e culturale va sostenuta dal gruppo dirigente di Corso d’Italia non in termini accademici, ma nel vivo di una battaglia politica e delle idee che non ammette più reticenze ed esitazioni.
di Michele Magno